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«Oggi la situazione non funziona al meglio, ma il dibattito sulla dipendenza sta inquinando quello sulla riforma, che in realtà propone una ibridizzazione contrattuale: si prende il peggio della Convenzione e il peggio della dipendenza, e il tutto viene peggiorato ancor di più dall'idea di una specializzazione in Medicina generale bella solo sulla carta». Lo afferma il segretario della Fimmg, Silvestro Scotti, intervistato dall'agenzia di stampa LaPresse.
«Da un lato infatti si aumenta la durata della preparazione, dall'altro nello stesso provvedimento si prevede che anche altre specialità possano consentire in maniera residuale di fare il medico di famiglia: che cosa sceglieranno i giovani?», continua Scotti, secondo il quale «l'estate rischia di essere più che calda, gelida. Perché siamo la categoria più anziana del Ssn e già solo il dibattito sulla riforma rischia di innescare l'invio di lettere di dimissione di medici senior, che 'solidificheranno' così la loro pensione. Insomma, la situazione potrebbe precipitare».
In sostanza, per Scotti la medicina generale anziché «essere promossa, viene declassificata, pur se in modo mascherato. Ma il pericolo più grande per il sistema e i cittadini è che questa riforma - anche se non ancora approvata - rischia nei prossimi 5 anni di peggiorare il problema delle carenze dei medici. Proprio quello che si vorrebbe risolvere. Nulla infatti migliora nel provvedimento l'attrattività della medicina generale. Quella della dipendenza è una questione che sta mascherando il vero problema. Non è vero che il decreto la introduce nella Medicina generale, ma darebbe il via a un mix di vincoli gerarchico-organizzativi tipici della dipendenza insieme ai costi e ai rischi professionali tipici della convenzione».
Continua Scotti: «Il punto è che la trattativa viene fatta alla Sisac e si sottolinea il tema dell'urgenza, ma prima di Natale avevamo chiuso un accordo per dare risposte alla questione delle Case di comunità, che però nessuno ha al momento ha messo in pratica».
La riforma punterebbe a rendere operative le Case di comunità (finanziate con i fondi del Pnrr) entro il 30 giugno. E questo anche attraverso nuove forme organizzative per i medici di famiglia.
«Ma se il vero nodo è la dipendenza, perché la riforma non ci rende tutti dipendenti, riconoscendoci l'anzianità di servizio?», risponde Scotti a Lapresse. Poi riprende: «In alcuni casi i lavori per le Case di comunità sono ancora in corso, in altri le strutture sono già operative e in altri ancora sono state riempite impropriamente da personale che non fa prescrizioni, né visite e non è in rete con i medici del territorio. Senza la presenza garantita nelle Case di comunità di medici specialisti, psicologi, infermieri e Oss, ci ritroveremo ad avere dei pazienti che ricevono delle cure di primo livello, ma poi devono andare lo stesso in ospedale, se non hanno la possibilità di avere un secondo livello».
Poi conclude: «Siamo in stato di agitazione. Sono già partite iniziative a livello provinciale e regionale, assemblee con medici e cittadini. La nostra battaglia è anche in difesa del medico di fiducia e della prossimità delle cure. Nell'Assemblea nazionale si decideranno le prossime mosse, incluso lo sciopero. A invarianza di spesa come è possibile trasformare la convenzione in dipendenza?».
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